Rapporti tra truffa ed estorsioneRapporti tra truffa ed estorsione

Rapporti tra truffa ed estorsioneRapporti tra truffa ed estorsione

{:it}Cass. pen., Sez. II, 16 novembre 2015, n. 45504 (est. Alma)

Massima: Ricorre truffa se il male viene ventilato come possibile ed eventuale e comunque non proveniente direttamente o indirettamente da chi lo prospetta, in modo che la persona offesa non è coartata, ma si determina alla prestazione, costituente l’ingiusto profitto dell’agente, perché tratta in errore dalla esposizione di un pericolo inesistente; mentre si configura l’estorsione se il male viene indicato come certo e realizzabile ad opera del reo o di altri, in tal caso la persona offesa è posta nella ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o di subire il male minacciato.

 Ricognizione: La questione dei rapporti tra truffa ed estorsione è oggetto di un significativo contrasto giurisprudenziale.

Invero, secondo un primo orientamento il criterio distintivo tra il reato di truffa e quello di estorsione va ravvisato essenzialmente nel diverso modo di atteggiarsi della condotta lesiva e della sua incidenza nella sfera soggettiva della vittima: ricorre la prima ipotesi delittuosa se il male viene ventilato come possibile ed eventuale e comunque non proveniente direttamente o indirettamente da chi lo prospetta, in modo che la persona offesa non è coartata, ma si determina alla prestazione, costituente l’ingiusto profitto dell’agente, perché tratta in errore dalla esposizione di un pericolo inesistente; mentre si configura l’estorsione se il male viene indicato come certo e realizzabile ad opera del reo o di altri, in tal caso la persona offesa è posta nella ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o di subire il male minacciato (Cass. pen., n. 7662/2015).

Secondo altro orientamento si è, invece, puntata l’attenzione sulla dipendenza dalla volontà dell’agente del male minacciato, cosicché uno dei criteri distintivi tra l’estorsione e la truffa per ingenerato timore è da ravvisare nella particolare posizione dell’agente nei rapporti con lo stato d’animo del soggetto passivo. Nella estorsione, infatti, l’agente incute direttamente od indirettamente, il timore di un danno che fa apparire certo in caso di rifiuto e proveniente da lui (o da persona a lui legata da un rapporto qualsiasi); nella truffa vessatoria, invece, il danno è prospettato solo in termini di eventualità obiettiva e giammai derivante in modo diretto od indiretto dalla volontà dell’agente, di guisa che l’offeso agisce non perché coartato, ma tratto in inganno (Cass. pen., n. 35346/2010).

Secondo altra tesi ancora, infine, il criterio distintivo fra i due reati deve essere di natura oggettiva in quanto ciò che rileva è solo il mezzo utilizzato (ossia gli artifizi e raggiri) e non gli effetti che i medesimi hanno sulla volontà della vittima. In particolare, si è evidenziato che la predetta concezione soggettiva e psicologica, non solo urta contro la lapidaria ed asettica formulazione della norma, ma anche contro la ratio legis ben evidenziata dal Guardasigilli che, a fronte delle medesime obiezioni, si limitò a rilevare che la differenza fra il reato di truffa aggravata e l’estorsione consisteva in un dato puramente oggettivo. In tale ottica, mentre gli elementi caratterizzanti la condotta estorsiva sono la violenza e la minaccia, quelli qualificanti il comportamento truffaldino – anche nell’ipotesi aggravata della prospettazione del ‘pericolo immaginario’ – sono, pur sempre, gli artifizi e raggiri: in quest’ultima ipotesi infatti la minaccia, poiché riguarda un male non reale, ma immaginario, assume i contorni dell’inganno (Cass. pen. n. 52121/2015).

Preso atto del frastagliato quadro interpretativo, la Suprema Corte aderisce al primo dei surriferiti orientamenti, ma ciò sulla base di argomentazioni piuttosto scarne, ossia semplicemente sottolineando che, nel caso di specie, il male alla persona offesa è stato indicato come certo e realizzabile ad opera di altri, con la conseguenza che la persona offesa è stata posta nella ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o di subire il male minacciato.

Peraltro, tale valutazione non può essere effettuata ex ante. Piuttosto, solo successivamente, con valutazione ex post, può comprendersi se l’agente si sia determinato alla prestazione per effetto di una coartazione o di un semplice errore.

Giurisprudenza difforme: Cass. Pen., n. 28390/2013; Cass. Pen., n. 8974/1998.

Riferimenti normativi: artt. 629, 640 c.p.{:}

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