Art. 384 c.p. e convivente more uxorio

Art. 384 c.p. e convivente more uxorio

{:it}Cass. pen., Sez. II, 4 agosto 2015, n. 34147 (rel. Beltrani)

Massima: La causa di non punibilità prevista dall’art. 384 c.p., comma 1, in favore del coniuge opera anche in favore del convivente more uxorio.

 Ricognizione: Con la sentenza in epigrafe, la Corte di Cassazione ritorna sulla controversa questione dell’applicabilità della fattispecie di cui all’art. 384, co. 1 c.p., che prevede la non punibilità di chi commette taluni reati contro l’amministrazione della giustizia per salvare il “prossimo congiunto” dal pericolo per la libertà e l’onore, anche al convivente more uxorio.

In particolare, con apposito motivo di ricorso si contestava la decisione del giudice di merito per non aver ritenuto applicabile l’esimente di cui al surriferito art. 384 a un convivente.

Il Collegio rileva la sussistenza, sul punto, di un orientamento assolutamente maggioritario a guisa del quale nella nozione di “prossimo congiunto”, di cui alla detta disposizione, rientrerebbero solo i componenti della famiglia legittima, dovendosi escludere il convivente (Cass. pen., n. 35067/2006).

E la stessa Corte costituzionale  ha reiteratamente negato l’illegittimità della mancata equiparazione, ai fini che qui interessano, del coniuge al convivente more uxorio, sia perchè la censura fondata sull’irragionevolezza dovrebbe mirare ad una decisione additiva che implicherebbe l’esercizio di potestà discrezionali riservate al legislatore, sia perchè esistono, nell’ordinamento, ragioni costituzionali che giustificano un differente trattamento normativo tra i due casi, trovando il rapporto coniugale tutela diretta nell’art. 29 Cost., mentre il rapporto di fatto fruisce della tutela apprestata dall’art. 2 Cost. ai diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali, con la conseguenza che ogni intervento diretto ad ottenere una disciplina omogenea delle due situazioni rientra nella sfera di discrezionalità del legislatore (Corte cost., n. 121/2004).

Né è stato possibile, per risolvere il problema, ricorrere all’interpretazione analogica, posto che gli istituti in esame hanno natura giuridica di cause speciali di non punibilità, e come tali presentano carattere eccezionale, che preclude l’ampliamento del loro campo di applicazione per analogia.

La questione della equiparabilità o meno delle unioni di fatto a quelle legittime appare piuttosto spinosa, posto che la giurisprudenza penale ha risolto la stessa in maniera disomogenea nell’ambito i ulteriori applicazioni. Ad esempio, le unioni di fatto sono state ritenute rilevanti fini del riconoscimento della sussistenza dell’attenuante della provocazione (art. 62 c.p., n. 2) (Cass. pen., n. 12477/1985), ma irrilevanti in relazione all’applicazione della circostanza aggravante prevista dall’art. 577 c.p., comma 2 (Cass. pen., n. 8121/2007).

Ciò posto, con la pronuncia in esame gli ermellini prendono le distanze dall’orientamento tradizionale, evidenziando come lo stesso produca degli effetti paradossali. Nel dettaglio, alla donna indagata/imputata di favoreggiamento per aver offerto ospitalità al convivente more uxorio/latitante, titolare di una posizione reddituale rilevante, dovrebbe, nell’ambito del medesimo procedimento, esser negata sia l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, sia l’applicabilità della causa di non punibilità prevista dall’art. 384 c.p., in contrasto con le recenti plurime modifiche legislative che valorizzano giuridicamente la figura del convivente.

Tra queste può farsi menzione, ad esempio, della L. 66/1996, che equipara la figura del convivente a quella del coniuge incidendo sugli artt. 609quater, comma 2, 609septies, comma 4, 612sexies c.p.; della L. 154/2001, il cui art. 5 (misure contro la violenza nelle relazioni familiari) dispone analoga equiparazione quanto all’applicazione delle misure cautelari coercitive; del D.L. 11/2009, il cui art. 7 ha introdotto l’art. 612bis c.p. (atti persecutori) ed equipara, ai fini dell’esistenza di un’aggravante, la posizione del coniuge legalmente separato o divorziato a quella della “persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa”.

Tanto premesso, l’odierno Collegio, preso atto della “mutevole” rilevanza penale della famiglia di fatto, ritiene di dover adattare l’interpretazione della regula iuris ai mutamenti della realtà sociale, caratterizzata dall’indubbio ampliamento del concetto di famiglia, i cui confini ricomprendono ora anche la convivenza more uxorio.

Basti pensare che la giurisprudenza della Corte EDU (ricordando che alle norme CEDU è oggi riconosciuto il ruolo di parametri costituzionali interposti e che gravano il giudice interno di un obbligo di “interpretazione conforme”) accoglie una nozione sostanziale e onnicomprensiva di “famiglia”, senz’altro ricomprendente i rapporti di fatto, e ciò sulla base dell’art. 8 CEDU, a tenore del quale “ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza”. Invero, detta disposizione, secondo la suddetta giurisprudenza, fa riferimento ad una nozione di famiglia che “non si basa necessariamente sul vincolo del matrimonio, ma anche su ulteriori legami di fatto particolarmente stretti e fondati su una stabile convivenza”. (Corte EDU, 13 dicembre 2007, Emotet c. Svizzera).

Sicché, in base al combinato disposto degli artt. 8, 46 CEDU e 117 Cost., si impone un’interpretazione “convenzionalmente conforme” dell’art. 384 c.p., posto che l’adeguamento ermeneutico della normativa interna a quella sovranazionale non risulta contrario ai principi costituzionali fondamentali interni, e, d’altro canto, proprio il contrasto insorto nell’ambito della giurisprudenza di legittimità sul tema, impedisce di ravvisare l’esistenza di un diritto vivente assolutamente ostativo.

Riferimenti normativi: artt. 2, 29, 117 Cost.; artt. 8, 46 CEDU; artt. 62, 384, 572, 577, 609quater, 609septies, 612bis, 612sexies, 649 c.p.; art. 5, L. 154/2001; art. 7 D.L. 11/2009.

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