Profitto confiscabile nei reati in contratto

Profitto confiscabile nei reati in contratto

Cass. pen., Sez. VI, 2 marzo 2016, n. 8616 (est. Bassi)

Massima:

In caso di appalto acquisito a seguito di corruzione, non può definirsi illecito e dunque confiscabile il profitto conseguente da un’effettiva e corretta esecuzione delle prestazioni svolte in favore della controparte, pur in virtù di un contratto instaurato illegalmente; in tal caso il profitto confiscabile non va identificato con l’intero valore del rapporto sinallagmatico instaurato con la P.A., dovendosi in proposito distinguere il profitto direttamente derivato dall’illecito penale dal corrispettivo conseguito per l’effettiva e corretta erogazione delle prestazioni svolte in favore della stessa amministrazione, le quali non possono considerarsi automaticamente illecite in ragione dell’illiceità della causa remota.

Ricognizione:

La Suprema Corte affronta il travagliato tema della definizione del quantum del provvedimento di confisca, soffermandosi, in particolare, sui reati in contratto.
Giova notare come, nel nostro ordinamento, non vi sia una definizione normativa di profitto, con conseguente proliferazione del dibattito dottrinale e giurisprudenziale. Nel dettaglio, la Cassazione ha avuto modo di chiarire, a Sezioni Unite, che il profitto del reato è costituito dal lucro, e cioè dal vantaggio economico che si ricava per effetto della commissione del reato, ma ciò con la puntualizzazione che deve trattarsi di un vantaggio di diretta derivazione causale dall’attività del reo e, dunque, un’utilità creata, trasformata od acquisita proprio mediante la realizzazione della condotta criminosa (Cass. pen., Sez. Un., n. 41936/2005).
Va però posto l’accento sul fatto che la nozione di profitto assoggettabile ad ablazione è stata tradizionalmente elaborata con riguardo ai tipici reati contro il patrimonio (es. furto, rapina), rispetto ai quali è stato individuato nell’intero valore delle cose ottenute attraverso la condotta criminosa senza poter scomputare le spese sostenute per procurarsi i mezzi strumentali e quindi per l’esecuzione materiale del delitto.
Sicché la questione acquista maggiore problematicità allorché si abbia a che fare con forme di criminalità cd. economica, connesse ad un’attività lecita d’impresa nella quale si insinuino condotte integranti reato (es. reati di truffa o corruzione finalizzati all’aggiudicazione di un appalto).
Il profitto confiscabile è certamente entità che appartiene alla sfera del diritto penale o comunque sanzionatorio e non può ricostruirsi sulla base di criteri aziendalistici, in quanto la confisca risponde ad esigenze di giustizia e nel contempo di prevenzione generale e speciale, non potendosi ammettere che il crimine possa rappresentare un legittimo titolo di acquisto della proprietà Nondimeno, in ossequio al principio di legalità, allorché si tratti di illecito commesso nell’ambito di una lecita attività d’impresa, il profitto deve essere rigorosamente circoscritto al vantaggio direttamente riconducibile all’attività illegale.
In applicazione di dette coordinate, le Sezioni Unite hanno tracciato un netto discrimen fra profitto conseguente da un reato contratto e profitto derivante da un reato in contratto. Nel primo caso, si determina un’immedesimazione del reato col negozio giuridico e quest’ultimo risulta integralmente contaminato da illiceità (es. acquisto di stupefacente), con l’effetto che il relativo profitto è conseguenza immediata e diretta della medesima ed è, pertanto, assoggettabile a confisca; nel secondo caso – in cui il comportamento penalmente rilevante non coincide con la stipulazione del contratto in sé, ma va ad incidere unicamente sulla fase di formazione della volontà contrattuale o su quella di esecuzione del programma negoziale – è possibile enucleare aspetti leciti del relativo rapporto, con la conseguenza che il profitto deve essere concretamente determinato al netto dell’effettiva utilità eventualmente conseguita dal danneggiato, nell’ambito del rapporto sinallagmatico con l’ente (Cass. pen., Sez. Un., n. 25654/2008).
Infatti, soltanto rispetto alla differenza fra l’intero valore del contratto ed il valore della prestazione effettivamente svolta a vantaggio della controparte è possibile affermare che l’ente abbia tratto un’utilità economicamente valutabile quale frutto immediato e diretto dell’illecito, laddove la seconda voce – cioè il corrispettivo percepito dall’ente in stretta correlazione alla prestazione eseguita rappresenta un vantaggio economico conseguenza di un’attività lecita e non trova in effetti la sua causa nel reato.
D’altra parte, nei casi di reato in contratto, ci si trova dinanzi ad un contratto semplicemente annullabile (per vizio della volontà), sicché il soggetto danneggiato può scegliere di mantenerlo in vita ove lo ritenga utile.
Quale naturale corollario di tale criterio, non potranno essere confiscati né assoggettati a sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente i crediti, ancorché liquidi ed esigibili, che non siano stati ancora riscossi, né le utilità prospettiche non ancora acquisite.
Ciò posto, gli ermellini affrontano il problema della determinazione del valore della utilitas conseguita dalla controparte dalla esecuzione del contratto sinallagmatico, unica voce sottratta all’ablazione.
Il punto fermo da cui occorre prendere le mosse è che non si può in alcun modo tenere conto del margine di guadagno per l’ente che compone il corrispettivo pagato per la prestazione: tenuto conto della ratio dell’istituto, ispirata al principio secondo il quale crimen non lucrat, non è invero ammissibile che la persona giuridica chiamata a rispondere della responsabilità amministrativa possa trarre un qualunque vantaggio economico dall’ agire illecito. Ne discende che l’utilitas non può essere commisurata al prezzo indicato nel contratto, in ipotesi viziato dall’ attività illecita, né al valore di mercato della prestazione ivi prevista, in quanto di necessità inglobanti anche un margine di guadagno per l’ente; piuttosto, il valore della prestazione svolta a vantaggio della controparte deve essere commisurato ai soli costi vivi, concreti ed effettivi, che l’impresa abbia sostenuto per dare esecuzione all’ obbligazione contrattuale.
Così come ricostruito, il perimetro del profitto confiscabile viene dunque a comprendere esclusivamente il beneficio patrimoniale ‘netto’ derivante dall’ attività illecita e lascia fuori i vantaggi economici ‘netti’ derivanti dall’ esecuzione di un’attività di per sé lecita.

Riferimenti normativi: artt. 200, 240, 318, 322ter, 640 c.p.; artt. 19, 24, 24ter, 25, 53, D.Lgs. 231/2001; art. 1439 c.c.; art. 321 c.p.p.

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